L’esercizio e la realtà: Il confronto tra azioni (1° parte)

Sbobinatura lezione Prof. Carlo Perfetti

Giornate italo-giapponesi marzo 2012 – Centro Studi di Riabilitazione Neurocognitiva “Villa Miari”

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Il problema che affronteremo in questi giorni è rappresentato dal rapporto tra l’esercizio e la realtà.Questo vuol dire che ad un certo punto dei nostri studi,ci siamo accorti così,quasi all’improvviso, che i nostri esercizi non avevano un grosso rapporto con la realtà. Cioè ci siamo accorti come, nonostante tutti i nostri sforzi, che poi in parte conoscete, altro è l’esercizio e altro è la vita nel mondo reale. Il problema non è che ci sia risultato nuovo, noi avevamo già parlato di queste cose diversi anni fa. Già agli inizi degli anni 2000, noi avevamo lanciato un programma di studio chiamato “Vivere la conoscenza”. Il titolo di questo programma di studio era importante e forse ambizioso, intanto metteva al centro degli interessi riabilitativi la conoscenza, ma soprattutto sottolineava la necessità di vivere la conoscenza, cioè dare vita ai nostri processi che ci portano a conoscere il mondo. La cosa in quegli anni era abbastanza rivoluzionaria, perché gli autori ai quali si fa di solito riferimento quando si parla di conoscenza, parlavano di conoscere la conoscenza. Maturana, Varela, Morin e altri, sostenevano tutti la necessità di conoscere la conoscenza, cioè se si vuole comprendere l’uomo dobbiamo conoscere come fa l’uomo per conoscere. Cioè come fa ad entrare in rapporto con il mondo esterno per dargli un senso, questa è la conoscenza. Dicevamo sì, è importante conoscere la conoscenza però è molto più importante per il riabilitatore vivere la conoscenza. Cioè non solo conoscere, sapere come fa uno a conoscere ma anche collocare nella vita e nella storia dell’individuo i processi che portano alla conoscenza. Per darvi un’idea, qualcuno di voi ricorderà il saggio di un filosofo che si chiama Nagel. Nagel scrisse un articolo dal titolo provocatorio: “Cosa si prova ad essere un pipistrello”. La cosa non è così strana come sembra, in realtà il filosofo voleva dire che tu puoi sapere tutto su come funziona il sonar, che è l’apparecchio che hanno i pipistrelli per non andare a sbattere contro il muro di notte, quindi tu puoi sapere tutto sul sonar ma non è detto che questo ti permetta di comprendere meglio quello che prova il pipistrello. Quindi noi dicevamo, sì è importante conoscere come fa l’uomo a conoscere, ma è ancora più importante vivere, cioè vedere come l’uomo vive la conoscenza. Il progetto “Vivere la conoscenza”, ci ha portato a notevoli, a tante acquisizioni dal punto di vista riabilitativo. Le lezioni che vi faremo in questi giorni sono figlie di questo progetto “Vivere la conoscenza” e vorrebbero proprio rispondere alla domanda “ma come si fa per dare vita alla conoscenza?” E cioè come si fa a sapere cosa rappresenta l’attività del conoscere per il sistema dell’uomo che sta conoscendo. Guardiamo insieme questi 4 punti. Il primo punto fa riferimento all’azione, noi non parliamo mai di movimento, perché movimento è un termine molto generico, il termine movimento, in italiano, comprende dalla contrazione muscolare fino all’azione più raffinata. Ecco nel primo punto noi sosteniamo che l’azione fa parte della storia del soggetto e che di questo bisogna tener conto in riabilitazione. Ve lo spiego più semplicemente: se io devo insegnare ad un atleta a fare un salto in alto con un stile che non ha mai eseguito, io chiedo al malato di fare cose che non ha mai fatto in vita sua. Ma se io devo insegnare ad un soggetto emiplegico a camminare o a portarsi la mano alla faccia io gli sto insegnando a fare cose che lui ha fatto per tutta la vita. E questo dovrebbe rendere più facile il nostro lavoro, perché cerchiamo di insegnare delle cose che il soggetto malato ha già fatto e delle quali ha nel suo cervello le vecchie immagini, le vecchie rappresentazioni. E questo è il primo elemento del quale bisogna tener conto. Ho cercato di rappresentarvelo in questa maniera perché ve lo ricordiate meglio, prendendo una figurina di Muybridge. Sotto vedete la donna che fa le faccende di casa che a poco a poco sta svanendo dopo la malattia, però non bisogna dimenticarsi che al di sopra di questa ombra evanescente ci sta la effettuazione corretta dell’azione. Il secondo punto riguarda la concretezza del conoscere. Cioè noi ci siamo resi conto che in effetti il nostro conoscere così come ne tenevamo conto nell’esercizio, era abbastanza astratto. Cioè noi insegnavamo al malato delle regole che gli impedivano l’apprendimento, noi insegnavamo al malato qualcosa che sta all’azione del malato così come queste figurine fatte a penna stanno a quell’azione. Cioè anche questa è una mano che sta facendo una posizione, anche questa e anche questa è una mano che sta facendo una posizione ma vedete voi le differenze che ci sono e soprattutto vi rendete conto di quello che vi dico se confrontate le tre mani precedenti con le tre mani considerate in questa fotografia di Silvano Chiappin. Dove sta la differenza? Nelle prime due figurine voi vedete degli schemi movimentati, degli schemi cinesiologici e anche questo se ci pensate bene non è la realtà, cosa manca qui della realtà? Cosa manca della realtà lo vedete qui, della realtà manca il contesto, manca la situazione, cioè questa mano che prende è si più vicina alla realtà di questa e di quest’altra, però mancano tutte le altre cose che fanno di una presa, una vera presa della realtà. Cioè manca la collocazione nell’ambiente nel quale uno mangia. Mancano gli amici con il quale si mangia e questo di solito ci da piacere, mancano tutti quegli aspetti emotivi della presa del frutto che Chiappin nella sua fotografia è riuscito a dimostrarci con esattezza, con precisione e allora ci siamo rifatti ad una frase di Varela. Francisco Varela in suo saggio intitolato “Un Know-How per l’etica” parla proprio della conoscenza e sostiene che la conoscenza deve essere incorpata, deve essere vissuta, deve essere concreta e deve essere contestualizzata. Ma cosa vuol dire questo per i riabilitatori, cosa vuol dire questo per i nostri esercizi che si ispirano alla conoscenza? Intanto vediamo: Varela ci dice che la conoscenza deve essere incorpata., cioè che la conoscenza non è una questione  solamente mentale ma che passa anche per il corpo e di questo nei nostri esercizi teniamo conto quando i nostri malati devono riconoscere, con il movimento del braccio una figurina strana, e quelli non la riconoscono nè con il corpo nè con la mente, ma con tutti e due insieme. Cioè attivano quell’unità che noi chiamiamo unità interattiva rappresentata dal corpo e mente. La conoscenza dell’esercizio però non deve essere solo incorpata ma deve essere anche vissuta, come ci dice Varela. Vissuta vuol dire che deve essere collocata, collocabile, tra le esperienze del soggetto e qui i nostri esercizi cominciano ad essere un pochino deficitarii. La conoscenza che noi proviamo di costruire nei nostri malati quando riconoscono le figurine di legno, è una conoscenza che è sì vissuta, fa parte di un’esperienza, ma fa parte di un’esperienza abbastanza parcellare. La conoscenza dell’esercizio, come ci suggerisce Varela, deve essere poi anche concreta, cosa vuol dire concreta? Concreta vuol dire che non si deve basare solo e  non si deve basare tanto sulla conoscenza di regole e di schemi ma si deve basare proprio sulla realtà. Tra due minuti arriveremo ad un concetto fondamentale per la nostra riabilitazione di oggi che si chiama confronto e cercherò di spiegarvi meglio cosa intendiamo noi in questo momento per concreta. Concreta vuol dire che deriva dal confronto. Il quarto punto, dice Varela: la conoscenza deve essere contestualizzata. Cioè quello che tu insegni al malato, il conoscere che tu insegni al malato deve essere collocato in un contesto, come contesto noi intendiamo tutti quegli elementi anche psicologici, anche affettivi, anche conoscitivi, anche sensoriali che ti conducono a una azione che poi ti conduce alla conoscenza. Ecco provate a ricordare queste figurine che vi ho fatto vedere, in queste prime figure la presa della mano non era contestualizzata, era solamente una mano che faceva la posizione e basta. In questo caso invece, in questa figura più grande, la mano è contestualizzata, cioè il soggetto che prende un frutto e lo prende nel suo ambiente. Quindi uno impara a conoscere, impara attraverso la conoscenza le cose che fanno parte di quel contesto. E questa riflessione mette un pochino in crisi il nostro modo di operare. Provate a pensare al contesto, cioè tutti quegli elementi che ti spingono a muoverti e a conoscere attraverso il movimento; ecco allora provate a pensare al contesto nel quale il malato impara a conoscere la lettera T. E’ molto probabile che il malato, quello che impara, lo impara collegato a quel contesto lì. E questo può spiegarci perché tante volte i malati non riescono ad applicare alla realtà quello che noi riusciamo a far fare loro in palestra. Stiamo analizzando le conclusioni, le riflessioni che ci sono state suggerite dal percorso di studio “Vivere la conoscenza”. Abbiamo visto la prima, la storicità dell’azione, cioè noi dobbiamo insegnare al malato a compiere delle azioni che lui ha già compiuto nella sua esistenza di sano. Secondo punto, concretezza del conoscere, il nostro modo di lavorare deve essere più inserito nel concreto e abbiamo visto cosa si deve intendere per concretezza del conoscere. La terza riflessione riguarda proprio l’esercizio, noi fin dall’inizio del nostro modo di lavorare abbiamo cercato di fare dell’esercizio un’azione, cioè l’esercizio, se ci pensate bene, non è altro che un’azione fatta in una situazione e in un contesto particolare. Io vi invito a ripensare allo schema che Anochin dà dell’azione, e vi invito anche ad applicarlo agli esercizi che fate. Non sarà difficile  verificare che anche nell’esercizio c’è la sintesi afferente, che poi il rapporto con l’oggetto porta certe informazioni e queste informazioni arrivano al sistema nervoso centrale che poi ne tiene conto, le riorganizza, le rielabora e così via. E comunque quello che volevo dirvi è che il nostro esercizio è come un’azione e questo rappresentava nel 1970 una novità nell’ambito della riabilitazione perché fino ad all’ora gli esercizi erano stati rappresentati da riflessi, da contrazioni muscolari. Quindi noi avevamo creduto di avvicinarci alla realtà trasformando l’esercizio in un’azione. Poi in realtà ci siamo accorti che l’esercizio è un’azione ma un’azione un po’ particolare, cioè l’esercizio rappresenta quella che io chiamo un’azione artificiale, artificiale vuol dire fatta ad arte. Cioè che l’esercizio è sì un’azione e che tu fai fare al malato però tu non gli chiedi di fare un’azione normale, gli chiedi di fare un’azione un pochino diversa dalle azioni normali e queste differenze che tu puoi inserire nell’azione ad arte, per questo si dice artificiale, ti permettono di dare all’esercizio-informazione un significato terapeutico. E allora vediamo un pochino quali sono queste artificiosità, queste cose artificiali che si possono collocare dentro l’esercizio. Intanto tenete presente che l’esercizio è sì un’azione, ma mentre le azioni che voi fate le progettate voi, l’azione dell’esercizio viene progettata dal fisioterapista. Cioè il nostro malato di fronte al tabellone con le T compie un’azione, però è un’azione che avete progettato voi. Un’altra cosa importante che differenzia l’azione vera dall’esercizio, che è un’azione artificiale, è rappresentata dal fatto che l’esercizio ha due apparati di previsione. Cioè quando voi fate un’azione prevedete già i risultati finali, cioè quando voi prendete un bicchiere e ve lo portate alla bocca e lo bevete per togliervi la sete, prevedete già quello che sentirete. E questo si chiama apparato di previsione o accettore di azione come dice Anochin. Il terapista e il malato che elabora l’esercizio come azione non hanno un solo accettore di azione, non hanno un solo apparato di previsione ma io sostengo che ne hanno almeno due. Cioè quando voi fate fare un esercizio di conoscenza, non vi accontentate del primo risultato finale, cioè non vi accontentate di sapere se il malato ha riconosciuto in quella linea una lettera T o una lettera L. Questo è solamente il primo degli accettori d’azione. Il secondo accettore d’azione, cioè l’altro motivo per cui voi fate l’esercizio, è rappresentato dal miglioramento del recupero del malato. Quindi vi ripeto questa cosa che risulta molto frammentaria, vi dicevo mentre un’azione normale ha un apparato di previsione, cioè tu devi andare alla fine dell’azione, tu vai a vedere se hai ottenuto il risultato. Io faccio l’azione di mettermi gli occhiali, prevedo che con gli occhiali vedrò meglio e questo è l’accettore di azione. Nel malato io faccio un’azione-esercizio affinchè lui riconosca la lettera che gli faccio sentire, quindi prevedo che il malato riconosca la lettera L, la lettera T; però questo non è l’unico apparato di previsione, io quando faccio fare l’esercizio al malato, glielo faccio fare non perché lui debba riconoscere la lettera T o la lettera L, ma glielo faccio fare perché lui migliori le sue prestazioni. Glielo faccio fare perché voglio che lui perfezioni il suo recupero, quindi io controllo che lui abbia fatto bene l’esercizio (primo apparato di previsione); poi esiste anche un secondo apparato di previsione. Cioè io prevedo che il malato, se ha fatto bene l’esercizio, riesca a controllare meglio anche la reazione allo stiramento. Quindi abbiamo visto tre punti importanti dei nostri ripensamenti. Ecco, l’ultimo punto è proprio quello del rapporto con la realtà, ripassiamo un pochino quest’ultimo capitolo che abbiamo affrontato. Siamo partiti dal percorso di studio “Vivere la conoscenza”, che si proponeva di perfezionare il “conoscere la conoscenza”, lo studio di questo percorso ci ha condotto ad alcune riflessioni, alcune riflessioni sulla conoscenza, sulla conoscenza e sull’azione che porta alla conoscenza. E le abbiamo viste, cioè abbiamo visto che l’azione che porta alla conoscenza è insita nella storia del malato. Abbiamo visto poi come un’altra riflessione che ci ha fatto fare questo nostro percorso di studio, è stato che la conoscenza e il conoscere devono essere concreti. Il terzo punto che abbiamo finito di vedere poco fa è che l’esercizio deve essere visto come un’azione, deve essere visto come un’azione però noi sappiamo che si tratta di un’azione artificiale, artificiale vuol dire che è stato modificato, fatto ad arte, cioè fatto ad arte secondo la nostra arte cioè la riabilitazione. Rimane da vedere l’ultimo punto, cioè rimane da vedere come si instaura, cosa intendiamo, per il confronto con la realtà. Ecco vediamo subito sul piano pratico, cos’è che siamo arrivati a concludere partendo dal “Vivere la conoscenza”. La prima cosa che vi dico e che vi invito a tener presente, è che abbiamo individuato un paio di azioni, un paio di strumenti di lavoro nuovi. Al quale abbiamo dato il nome di connessioni e di confronto. Cioè cosa voglio dire, se noi cambiamo modo di vedere l’esercizio e vogliamo un esercizio più vicino alla realtà del movimento, se noi riteniamo che la conoscenza debba rispondere a certi criteri, e li abbiamo visti, che non sono del tutto i criteri del quale ci siamo ispirati fino ad ora, dobbiamo allora dotarci di strumenti nuovi. E questi strumenti nuovi noi li abbiamo chiamati connessioni e confronto. Quindi in questi giorni che voi farete pratica assieme a noi, sentirete parlare di questi strumenti. Quindi continueremo a parlare di processi cognitivi, continueremo a parlare di neuropsicologia, però il fuoco dei nostri insegnamenti sarà basato su questi due strumenti di lavoro. Allora cominciamo con il parlare di connessioni. La ricerca di connessioni io vi dico è uno strumento della riabilitazione. Cioè uno strumento che ci permette di ottenere un migliore recupero. Il termine connessione non me lo sono inventato io, è stato ripreso in parte da uno strano studioso, che senz’altro conoscete, che si chiama Gregory Bateson e che sostiene che lo studio delle connessioni tra due elementi, tra due strutture, è fondamentale per la conoscenza. Cosa vuol dire connessione, vediamo, io vi ho detto che gran parte dei problemi che noi abbiamo deriva dalla distanza tra l’esercizio e il movimento nella realtà. Cioè dal punto di vista pratico, se io vi domando ma cosa hanno in comune il vostro esercizio di riconoscimento di lettere e il movimento che poi il vostro malato fa nella realtà, cosa mi rispondete? Ecco, secondo me una delle prime cose che noi dobbiamo domandarci è proprio questa, ma esiste qualcosa in comune tra l’esercizio che faccio e quello che io voglio che il malato recuperi? Guardate che io adesso sono molto generico, perché esiste qualcosa, qualcosa senza specificare. Ecco, per tradurvi questo concetto nella pratica, provate a guardare, di sopra noi abbiamo un esercizio di quelli tradizionali, qui abbiamo l’esercizio che noi chiamiamo archetto, cioè il terapista guida il malato attraverso la dorsi-flessione del carpo a riconoscere le altezze a cui viene portata la sua mano. E’  l’esercizio, diciamo noi, che serve per insegnare al malato a controllare la reazione allo stiramento della flessione del carpo. Di sotto vediamo una fotografia del nostro S. Chiappin, vediamo una bambina che fa un gesto, un’azione, una prestazione in cui mette in atto questa dorsi-flessione del carpo. Io vi domando, ma cosa hanno in comune queste due azioni? Perché in realtà tutte e due sono azioni, l’esercizio è un’azione, la bambina che mette la mano sul vetro per salutare il fotografo S. Chiappin è anche quella un’azione. Tutte e due queste azioni portano ad una conoscenza, cioè provate a guardare anziché quello che viene conosciuto, che è diverso, perché in un caso uno riconosce l’altezza dell’archetto, nell’altro caso riconosce l’appoggio sul vetro, quindi se guardate la conoscenza, cioè le cose che conoscono sono completamente diverse. Però se invece di guardare al risultato delle azioni, guardate allo svolgimento delle azioni, vi rendete conto che c’è qualcosa in comune. Intanto sia il soggetto che fa l’esercizio, sia la bambina che appoggia la mano al vetro, conoscono qualcosa, fanno la loro azione per conoscere qualcosa. E allora noi dobbiamo domandarci ma in questi due percorsi che fanno le due persone, il soggetto che fa la T e la bambina che riconosce il vetro, in questi due percorsi cosa c’è in comune? Ecco questo è quello che noi chiamiamo connessione. Proviamo a guardarlo meglio in questo schema, in questo schema voi vedete che abbiamo distinto le conoscenze dal conoscere. Voi vedete che se ci limitiamo a quello che viene conosciuto i confronti non è che siano tanto possibili, non sono tanto facili. Da un lato c’è il riconoscimento dell’altezza dell’archetto da parte di un malato che se ne sta in palestra seduto lì, preoccupato e spaventato; dall’altra parte c’è l’interazione con il vetro da parte di una bambina che sta salutando un signore che la fotografa. Quindi due conoscenze completamente diverse, però tutte e due queste conoscenze sono permesse da un percorso logico. Ed è a questo che noi ci rivolgiamo, cioè io vi dico: ma nel percorso che fanno queste due persone verso la conoscenza, c’è qualcosa in comune? C’è qualcosa in comune, per esempio, tra l’azione che fa il malato nell’esercizio e l’azione che fa la ragazzina nell’appoggiare la mano sul vetro per appoggiarcisi con il polso? Senz’altro che c’è, provate a pensare alla cosa più elementare, il movimento del polso, quindi partiamo dalla cosa più semplice. Noi pensiamo che la connessione tra queste due azioni, l’esercizio e la prestazione deve essere concentrata sul movimento del polso. In tutti e due i casi, la conoscenza sia dell’altezza dell’archetto sia della resistenza del vetro, viene fatta attraverso una contrazione dei muscoli che muovono il polso. E queste noi le chiamiamo connessioni, però questo non basta, voi dovete fare anche la seconda operazione: voi dovete chiedere al malato il confronto tra questi due elementi delle connessioni. È come se voi diceste al malato: senti, in tutti e due i casi, sia nell’esercizio che ti faccio, sia in quello che dovrai fare dopo, cioè appoggiare la mano sul vetro, tu utilizzi la dorsi-flessione della mano, utilizzi il movimento del polso. Sei d’accordo? L’hai sentita la differenza? Hai sentito che sia nell’esercizio, sia in questo riconoscimento del vetro entra in gioco il movimento del polso? Tenete presente che io stamani vi faccio solamente da impalcatura teorica di quello che dobbiamo dire, domani saremo più precisi su questo punto, su come si fa nella pratica questa parte di esercizio. E il malato dirà: si l’ho sentito; però non è detto che sia sempre così, voi vedrete oggi stesso come ci si deve comportare nel caso il malato abbia qualche difficoltà in questa comprensione. A questo punto noi abbiamo individuato la connessione, la connessione tra tutte e due i processi del conoscere, in tutte e due le azioni, cioè lo spostamento del polso. Io voglio lavorare su questo, voglio che il malato impari questa cosa qui. Quindi faccio stare il malato attento a queste connessioni. Però non basta, io a questo punto chiedo al malato: ma secondo te queste due azioni, questi due movimenti del polso, che così all’apparenza sembrano uguali, ma sono davvero uguali? Invitiamo il malato a fare un confronto, un confronto tra i due elementi della connessione, fare un confronto vuol dire cercare analogie e differenze, cioè dopo aver guidato il malato a riconoscere che nei due processi di conoscenza c’è qualcosa in comune. Cioè gli chiediamo di identificare le analogie e le differenze che ci sono tra i due elementi della connessione. E questo perché? Perché al di sotto di questo ci sta una nostra ipotesi, che se fosse vera sarebbe davvero importantissima, ma come voi sapete le ipotesi sono ipotesi e chi ci tiene deve dimostrarlo che sono vere e questo è quello che cercheremo di fare dopo con il nostro esercizio. Quindi vi dicevo l’ipotesi che sta alla base di tutto quello che stiamo facendo adesso è che sia l’attività di ricerche delle differenze che è capace di portare una nuova organizzazione del sistema. Facciamo un passo indietro, il malato che noi trattiamo presenta in seguito alla lesione un’alterazione dell’organizzazione del suo sistema. Il compito del terapista è quello di riportare l’organizzazione del sistema alterato a quello che era prima. E come si fa? Prima avevamo scelto come strumenti i processi cognitivi, avevamo scelto come strumenti il controllo sulla reazione allo stiramento, l’insegnamento di regole. Noi crediamo che forse la più efficace per questa opera di organizzazione sia la ricerca da parte del malato delle differenze tra l’esercizio e la prestazione. Questa idea non è ovviamente mia, sarei troppo bravo, questa idea è stata ripresa di nuovo da Gregory Bateson, il quale nel suo testo “Mente e natura” sostiene che la mente è un insieme di aggregati che vengono organizzati insieme dalla ricerca delle differenze. Quindi ritornando un pochino a fare tutto il percorso che abbiamo fatto, abbiamo individuato delle nuove esigenze per il nostro esercizio. Se ci sono nuove esigenze dobbiamo individuare anche nuovi strumenti, abbiamo identificato questi nuovi strumenti come connessioni e confronto, e tutto questo lo vedremo meglio domani nella pratica. Abbiamo visto cosa si deve intendere per connessioni, poi abbiamo visto anche se in maniera un po’ affrettata, cosa si deve intendere per confronto. Queste sono le basi sulle quali si muoveranno l’esercitazioni che farete oggi. Cioè noi cercheremo di farvi vedere come si fa a identificare le connessioni, cioè un’osservazione come facevamo prima che però viene proiettata verso la ricerca di queste connessioni. Connessioni, badate bene, tra l’esercizio e l’azione nella realtà. Poi una volta che il malato ha preso conoscenza della connessione, gli chiediamo di fare un confronto. La cosa importante che voi dovete tener presente, è che una connessione esiste quando il malato la “vede”, cioè di connessioni ce ne sono tantissime però quelle su cui tu decidi di operare sono quelle che puoi portare alla coscienza del malato. Quindi il compito del terapista è quello di identificare le connessioni possibili, all’interno di queste connessioni scegliere quella che gli sembra più utile per modificare il malato nei confronti di una determinata prestazione. E questo è il compito dell’osservazione, l’esercizio comincia nel momento in cui il terapista cerca di portare la coscienza del malato gli elementi della connessione, in maniera che possa, su questi due elementi, fare le sue operazioni di confronto. Cioè possa fare delle operazioni di ricerca prima di analogie e poi di differenze, che secondo noi è quella che può condurre alla modificazione dell’organizzazione del sistema. Ecco, ho cercato di schematizzare quello che vi ho detto in questa diapositiva. Qui abbiamo le conoscenze, qui abbiamo i processi di conoscenza. Il terapista deve identificare le connessioni tra questi due processi e poi vedete che in questa figurina sono individuate tre possibili connessioni che io vi ho indicato con colore diverso. Poi sulla base dell’osservazione che ha condotto, il terapista deve identificare la connessione che gli sembra più utile per ottenere delle modificazioni, che è quella che io vi ho indicato con una X. Poi devi portarla a coscienza del malato, cioè il malato deve diventare consapevole che noi vogliamo lavorare su quella cosa lì, quindi deve rendersene conto. E a questo punto il terapista può chiedere al malato di fare l’operazione di confronto. Ecco, questo rappresenta un pochino la base di quello che voi vedrete in questi giorni. Quelli più bravi e più esperti di voi, potrebbero però farvi un’osservazione e dire: sì, ma queste cose qui voi le facevate anche prima, ce le avete insegnate, le facciamo anche noi, cioè tutto considerato, anche negli esercizi più tradizionali cioè il riconoscimento di lettere sul tabellone, praticamente noi facevamo operazioni di questo tipo. Facevamo operazioni di confronto e anche di scelta di connessioni. Provate un po’ a pensarci, qui sotto io vi ho indicato un sussidio tradizionale che noi chiamiamo il tabellone, e poi qui sopra vi ho preso una pagina proprio dal vecchio libro che abbiamo scritto nel 1976. Vedete, noi dicevamo che il malato per riconoscere le due T deve fare un confronto tra la lunghezza di questi lati. Cioè già da all’ora il malato doveva identificare, tra le figurine che gli facevamo vedere, qualcosa che c’era in comune. Il terapista bravo infatti chiedeva al malato: ma lo vedi che si tratta di lettere T? E il malato diceva sì. E questa era la connessione scelta dal terapista. In realtà se ci pensate bene anche in questo caso le connessioni potevano essere tante, perché per esempio si trattava sempre di lettere di legno, si trattava sempre di lettere che avevano un certo spessore, si trattava di lettere che avevano una certa superficie più o meno liscia, più o meno ruvida, era il terapista che sceglieva la forma della lettera come connessione sulla quale fare lavorare il cervello del malato. E quindi una volta scelta questa connessione chiedeva al malato di fare un confronto, cioè facciamo un confronto tra questi due elementi della connessione. Abbiamo delle lettere T, tu malato devi dare importanza a questo, tutte lettere T, questa è la connessione, all’interno di questo devi fare un confronto tra le due lettere per dirmi quale ti faccio sentire. Che differenza c’è tra le due situazioni? Provate a pensarci. Cioè che differenza c’è tra le due situazioni che abbiamo visto? Che differenza ci sarà tra questo “vecchio” esercizio e quello che vi proponiamo ora? Provate a pensarci. Nel caso del riconoscimento della lettera T, che era importantissimo per il controllo della reazione allo stiramento e continua ad essere importante anche ora. In un esercizio di questo tipo il corpo del malato è ridotto praticamente allo strumento di misura. Non a caso, badate bene, sui nostri sussidi ci sono indicati i numeri. Nel sussidio dell’archetto che avete visto prima o che vedremo anche domani, ci sono i numeri accanto. Il terapista guida il malato a trasformare il suo corpo in uno strumento di misura. Come se si trattasse di avere un compasso che deve misurare la distanza tra questa altezza e quest’altra altezza. D’altra parte questo è anche logico, noi volevamo insegnare al malato delle regole, delle regole che lui poi avrebbe potuto applicare in tutte le situazioni in cui si trovava ad averne bisogno. Quindi regole buone per tutti gli usi, e quindi quanto più è astratta la situazione quanto più saranno buone per tutti gli usi. E cosa c’è di più buono per tutti gli usi che non la misura? In realtà noi ci siamo domandati, ad un certo punto, grazie proprio al progetto di studio “Vivere la conoscenza”, ci siamo domandati se questo modo di ragionare era giusto o era sbagliato. Cioè ci siamo domandati ma è proprio giusto trattare il corpo di un uomo come se fosse un compasso? E siamo passati  alla seconda visione del corpo dell’uomo. Cioè secondo questo nostro nuovo modo di vedere, noi pensiamo invece che il corpo rappresenti un’unità interattiva insieme alla mente. Questo non vuol dire che non sia importante anche la misurazione della realtà, soprattutto in certi casi è importantissima. Però quello che noi pensiamo adesso è che anche la misura della realtà venga influenzata da altri fattori, che sono fattori più vitali. E allora la domanda è, ma su questo dovete proprio ragionarci voi perché da questo dipende il modo che userete poi per fare riabilitazione, quale visione preferite adottare? La visione del corpo come strumento di misura oppure la visione del corpo come un’unità interattiva con la mente? Ecco noi abbiamo fatto, ovviamente, questa seconda scelta ed è quella che vi mostreremo domani e dopodomani. Io ho finito e vi ringrazio.

 

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