L’esercizio e la realtà: Il confronto tra azioni (2° parte)

Sbobinatura lezione Prof. Carlo Perfetti – 2° parte

Giornate italo-giapponesi marzo 2012 – Centro Studi di Riabilitazione Neurocognitiva “Villa Miari”

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Comincio facendovi vedere la figurina che abbiamo scelto come simbolo per questo nostro incontro. La figura di base centrale è di un pittore italiano che si chiama Giorgio Morandi. Giorgio Morandi almeno per certe sue opere faceva parte di alcune interpretazioni metafisiche. I pittori metafisici rappresentavano la natura così come sarebbe senza la presenza dell’uomo. Queste bottiglie di Morandi, la testa del manichino di Morandi stanno appunto a significare questa cosa. Se qualcuno di voi si interessa di pittura italiana, questa stessa cosa la dovreste vedere nelle opere metafisiche di De Chirico. Voi vedete delle piazze immense, delle architetture risonate che fanno delle lunghe ombre che sono inquietanti, ma non vedete mai, o quasi mai, la figura dell’uomo se non ridotta a manichino come in questa figura di Morandi. Tutto questo per dire cosa, per dire che esiste in effetti una realtà. Ma la realtà, di per se, è questa qui dei pittori metafisici, è l’uomo con la sua mente che da un significato e un senso alla realtà. E allora nella figurina è stato rappresentato in maniera simbolica da un’immagine del cervello. Quindi noi non diciamo che la realtà è una costruzione esclusivamente dell’uomo, noi diciamo che esiste una realtà che però non ha senso se non c’è l’uomo a darglielo. Questo è lo sfondo del nostro messaggio. In primo piano i nostri esercizi. Qual’è il senso? Il nostro esercizio deve servire per aiutare l’uomo a dare un senso alla realtà. Il nostro esercizio deve servire a far sì che la realtà non sia più quella lì del metafisico ma sia una realtà fatta di conoscenza, una realtà fatta di emozioni, una realtà che si tratti di sensazioni, di percezioni ma sempre organizzata nel cervello dell’uomo. Vedete qualcosa di più in primo piano, voi vedete gli oggetti nel primo esercizio. Il messaggio di queste nostre lezioni vuol essere proprio questo: cerchiamo di non far diventare gli oggetti dei nostri esercizi come gli oggetti della natura metafisica di Giorgio Morandi. In questo senso era andata la lezione di ieri, cioè ieri abbiamo cominciato a dire che bisogna tenere sempre collegato l’esercizio con la realtà. Ma con quale realtà c’era da domandarsi, con la realtà della pittura metafisica o con la realtà come la viviamo anche emotivamente noi? Il compito di oggi è quello di cercare di tradurre in pratica le cose che abbiamo detto ieri. Nella giornata di ieri noi abbiamo proposto un paio di nuovi strumenti per la riabilitazione, che se vi ricordate abbiamo denominato connessioni e confronto, provate a ripensare a quello che vi ho detto commentando la figura iniziale e collegatela un pochino con questa diapositiva e vedete forse meglio il messaggio di questo nostro incontro. Questi nostri due nuovi strumenti sono strumenti per il recupero, cioè sono strumenti per permettere all’uomo di dare un senso alla realtà. La conoscenza deriva direttamente con l’interazione con la realtà, tutte le volte che tu agisci interagendo con il mondo esterno tu conosci il mondo esterno. Cioè voglio dire che tu devi riorganizzare il tuo cervello, o il tuo sistema, in modo da poter dare un senso a quello che vedi. Ecco guardiamo insieme questa figurina che è molto simile a quella che avete visto ieri, la domanda  al quale io ho cercato di rispondere è proprio questa: cosa hanno in comune l’esercizio con la prestazione che vogliamo recuperare? Vi ripeto brevemente la domanda che vi ho fatto ieri, noi facciamo spesso fare degli esercizi con gli oggetti al malato, e questo rispetto alla riabilitazione tradizionale, motoria ha rappresentato un grosso passo avanti. Se ci pensate bene le vecchie metodiche riabilitative non avevano oggetti, non avevano realtà, il movimento era un movimento fine a se stesso. E il terapista non si domandava se questo movimento che tirava fuori, che cercava di evocare sarebbe stato importante per dare un senso alla realtà. La prima grossa modificazione che abbiamo fatto noi, è stata proprio quella di introdurre il rapporto con la realtà nell’esercizio, tanto che come vi ho detto ieri, i nostri esercizi sono diventati delle vere e proprie azioni. Però arrivati ad un certo punto ci siamo domandati se effettivamente quello che noi cercavamo era vicino, davvero come pensavamo noi, al reale, all’interazione con la realtà. Come vi ho detto ieri i nostri esercizi fino a poco tempo fa erano fatti apposta perché il malato imparasse delle regole, ma non ci curavamo di una cosa importantissima e cioè che l’applicazione delle regole è sempre guidata dalle motivazioni del soggetto, è sempre guidata dall’intenzionalità dell’essere vivente, e quindi insegnare delle regole che poi pensavamo poter essere buone per tutti gli usi, cioè per tutte le azioni, era piuttosto limitato. Tanto per darvi un’idea è come se io volessi imparare il giapponese imparando le regole, imparando le regole sintattiche della vostra lingua, imparando le regole grammaticali, le regole fonologiche e poi pensassi che una volta imparato a memoria un testo di grammatica giapponese potessi veramente sostenere con voi qualsiasi discorso. Ecco, noi ci siamo comportati per tanti anni in questa maniera, per cui i malati imparavano effettivamente tantissime regole, il malato imparava a memoria il libro di grammatica giapponese, però solamente i più bravi riuscivano poi a sostenere delle piccole conversazioni. E riuscivano a sostenere delle conversazioni neppure su tutti gli argomenti, solamente su alcuni argomenti. Perché l’attivazione delle regole deve essere funzionale all’intenzione del soggetto. Ma come si fa a ottenere questo? Prima di andare avanti vi do un suggerimento. Questo che vi sto dicendo non vuol dire che quello che abbiamo fatto fino a due anni fa era sbagliato e non vuol dire nemmeno che bisogna abbandonare l’acquisizione delle regole, voglio però dire che bisogna passare al livello superiore di apprendimento. Ecco, questa premessa ve l’ho fatta perché voi affronterete un esame in diverse tappe della riabilitazione e cercherò di farvi vedere anche le differenze che ci sono tra il vecchio modo di procedere e il procedere di oggi. Io penso che siate d’accordo se dividiamo il lavoro che noi facciamo in palestra in tre fasi. Una prima fase è rappresentata dall’osservazione. L’osservazione nel nostro modo di vedere era, è e deve essere fondamentale nella scelta dell’esercizio. Si arriva così alla seconda fase, la fase dell’esercitazione, cioè il terapista si serve di solito di un sussidio e poi chiede al malato di risolvere un problema. Per risolvere il problema deve attivare un certo numero di regole, come abbiamo visto prima, un certo numero di operazioni mentali. Una volta che il terapista si è accorto se il malato ha risolto o non ha risolto il problema, si passa alla fase della valutazione, cioè una fase nella quale ci domandiamo come mai il malato non è riuscito a risolvere il problema. E qua si ricomincia cambiando l’esercizio, scegliendo gli esercizi più adatti. Quindi sostanzialmente, la prima fase di osservazione viene sintetizzata in questa diapositiva. L’osservazione, tenete presente, è il primo atto terapeutico. Qui in questa diapositiva voi vedete un esercizio, un esercizio che noi abbiamo chiamato l’esercizio dell’archetto. Questa è la mano del paziente, questo è il sussidio, e il terapista guida la mano del paziente ad andare verso l’alto per riconoscere a che altezza l’ha portato. Vi faccio presente che questo sussidio è rappresentato da una serie di numeri e ricordandovi che ieri abbiamo detto che con questo modo di fare noi trasformavamo il corpo dell’uomo in uno strumento di misura. E anche per questo era funzionale al nostro insegnamento di regole precise. Voi vedete in questa diapositiva come l’osservazione deve portare alla scelta dell’esercizio, alla scelta del sussidio,alla scelta del problema e come si conclude con un’esecuzione dell’esercizio nella fase successiva. La cosa sulla quale voglio portare la vostra attenzione è questa, l’osservazione si basa su questi tre punti: l’interpretazione della patologia, l’analisi del malato e la teoria di base dalla quale partiamo. Il terapista quando fa un’osservazione finalizzata all’esercizio, deve tener conto di questi elementi: la patologia, il malato e la teoria. La domanda che vi faccio e alla quale poi risponderemo insieme è proprio questa: ma se lo scopo della nostra osservazione fosse diversa? E se lo scopo della nostra osservazione non fosse più dipendente del ritrovamento dell’individuazione dell’esercizio e del sussidio con cui fare l’esercizio, cosa succederebbe? Ecco, proviamo a vedere cosa vi proponiamo ora, tenendo presente quello che abbiamo detto stamattina e quello che abbiamo detto ieri, cioè che il nostro lavoro deve avere maggiore contatto con la realtà. Allora vedete che in questo nostro schema abbiamo sì l’osservazione che ci deve portare ovviamente alla scelta dell’esercizio. Però questo non è sufficiente, noi ci siamo detti che l’esercizio deve essere sempre legato con la realtà, abbiamo detto che l’esercizio deve presentare alcune cose in comune con la realtà, e ieri abbiamo anche pensato quali possono essere queste cose in comune con il movimento effettuato nella realtà. Ma allora per fare questo dobbiamo dare uno sguardo all’azione della realtà e quindi l’osservazione non ci servirà più solo per arrivare all’esercizio. Noi arriveremo all’esercizio dopo aver individuato la prestazione che vogliamo recuperare e le connessioni tra questa e l’esercizio.

La strada giusta per inserire maggiormente il nostro lavoro all’interno della conoscenza della realtà è questa. Facendo ancora un passo indietro, diciamo che sia l’esercizio che il movimento nella realtà, quello che è una prestazione, sono atti di conoscenza. Ricordatevi la frase di Maturana e Varela,  questi dicono che l’agire è conoscenza e la conoscenza è agire. Quindi ogni azione, che comprende l’esercizio, è conoscenza. E ogni conoscenza, compresa quella che rimane fuori dall’esercizio è azione. Però ci sono diverse conoscenze e diversi modi di fare conoscenza. E soprattutto diversi modi per recuperare la capacità di conoscere. Ritorniamo a questa diapositiva, dicevamo l’osservazione deve servire per la scelta dell’esercizio, io vi dico sì ma prima io devo scegliere la prestazione che voglio recuperare, cioè voglio scegliere la direzione nella quale deve andare l’esercizio e questa cosa che vi sto dicendo ora modifica in parte lo svolgersi dell’osservazione. Se lo scopo dell’osservazione è diverso e non è più solo la scelta dell’esercizio ma è la scelta della prestazione che voglio recuperare, alla quale devo avvicinarmi, allora tutti gli elementi che compongono l’osservazione devono tendere alla scelta della prestazione. E questa è una cosa molto importante, provate a pensare al primo elemento che vi ho citato, e cioè l’interpretazione della patologia. Tu ti trovi davanti un malato con una lesione all’emisfero sinistro, un malato aprassico, e se tu hai come scopo quello di individuare solamente l’esercizio, cioè una serie di regole che il malato non sa attivare per muoversi, tu organizzerai questa tua interpretazione della patologia in funzione coerente con questo. Il vostro malato presenta, ad esempio, un’abnorme reazione allo stiramento e allora tu ti domanderai: com’è che avviene male questo controllo sulla reazione allo stiramento? Quali regole devo insegnargli? Provate invece a immaginarvi che la domanda sia diversa, non quella di trovare le regole che mancano a questo malato ma se ad un certo punto voi dovete domandarvi: qual è il primo movimento normale, diciamo così, verso il quale io posso andare? E allora vi rendete conto che i due tipi osservazione, i due tipi di interpretazione della patologia, sono abbastanza diversi. Questo non vuol dire che dobbiamo trascurare l’individuazione della regole che poi dobbiamo ancora insegnargli, vuol dire che dobbiamo fargli fare altre cose ad un livello superiore. Questo passaggio è abbastanza importante perché è il primo passaggio verso un nuovo modo di fare riabilitazione. Vorrei che fosse chiaro che anche noi non è che sappiamo tutto. Io penso che un insegnante che venga solo per insegnare cioè che venga solo per raccontarvi cose che sa già alla perfezione non è un bravo insegnante. Non si può insegnare, si può solo imparare. Quello che sto dicendo è: state attenti, cercate di capire lo scheletro, la trama, di quello che vi dico e poi ripensateci e provate anche voi. Provate anche voi a veder se le cose che stiamo dicendo sono giuste, se vi tornano. E se vi sembrano abbastanza giuste, corrette, cercate di applicarle come vi è stato insegnato e come vi sarà insegnato oggi pomeriggio. Ecco, questo che vi mostro adesso è uno schema molto elementare che riassume quello che vi ho detto finora. Nella metà superiore della diapositiva, voi vedete quello che abbiamo fatto fino a qualche tempo fa. Cioè il tutto portava alla scelta dell’esercizio. Nella parte inferiore della diapositiva voi vedete invece quello che vi sto proponendo oggi. Voi vedete che gli stessi tre elementi vengono indirizzati non più alla scelta dell’esercizio ma alla scelta della prestazione. È solo con la scelta della prestazione che voi potete individuare l’esercizio, le regole dell’esercizio e come queste regole vengono applicate all’interno della prestazione. Ecco, attivo ancora una volta la vostra attenzione su questo fatto. Questi tre elementi dal quale deriva la scelta dell’esercizio, sono gli stessi. È compito del terapista saperli rimodellare, saperli ristrutturare in funzione dell’ingresso comune. E questo è un compito che io vi darei. Cioè per quelli di voi che ne hanno voglia, perché non provate a studiare insieme a noi come devono essere condotti questi tre elementi in funzione della scelta della prima prestazione che può essere raggiunta. Ecco supponiamo che voi abbiate in trattamento questa bambina ripresa da una fotografia di Silvano Chiappin, e supponiamo che questa bambina abbia avuto un’emiparesi destra. Dopo aver fatto la vostra osservazione, pensate che la prima azione nella realtà verso la quale potete andare, sia quella di guidare la bambina ad appoggiare la mano sul vetro. Quindi avete fatto la vostra osservazione, avete detto che la bambina non è gravissima e vi sembra che la prima cosa della realtà verso la quale possa andare sia quella di appoggiare la mano al vetro in questo modo qui. A questo punto io vi faccio una domanda: ma su quale parte di questa azione che sta facendo la bambina io voglio lavorare? Badate bene, su quale parte ma mantenendo intero tutto il gesto, tutta l’azione e supponiamo che osservando la bambina io mi accorga che la bambina riesce ad arrivare fino a qui, però ha difficoltà ad arrivare fin quassù. Mi domando: ma tra tutti i miei esercizi ne ho qualcuno che potrebbe servirmi in questa situazione? Cioè ho qualche esercizio che ha qualcosa in comune con questa prestazione? La scelta è l’esercizio con “l’archetto” di cui vi ho già parlato. A questo punto mi devo fare la domanda: ma cos’hanno in comune quest’azione che sta facendo la bambina e il riconoscimento delle altezze nell’esercizio? Vorrei precisare che vi sto facendo l’esempio più semplice nella maniera più banale. Vi dico che sono arrivato all’individuazione di quelle che ieri abbiamo presentato come connessioni. Ecco, tenente presente che tra questo esercizio e questa prestazione ci sono tantissime cose in comune. Ma soprattutto ci sono tante connessioni possibili. Noi abbiamo scelto il comportamento dell’azione del polso solo per comodità e facilità di semplificazione. Ma avrei potuto scegliere anche cose un pochino più complesse, ad esempio componenti dell’azione di tipo emotivo, per esempio cosa prova la bambina quando appoggia la mano al vetro quando saluta il fotografo. Oppure l’importanza degli spostamenti del gomito nella stessa situazione; se avessi fatto queste scelte avrei potuto scegliere un esercizio diverso, ma restiamo al quesito da cui abbiamo cominciato. Allora, mi domando: cosa hanno in comune queste due situazioni? In maniera però più precisa: cosa hanno in comune queste due situazioni per quanto riguarda il movimento del polso? E su questo io lavoro per il secondo strumento del quale dovremmo parlare oggi: il confronto. Vi sottolineo ancora una volta l’importanza del linguaggio del malato: è il terapista che attraverso il suo dialogo con il malato gli fa prendere coscienza di queste connessioni. E abbiamo quasi finito la prima fase del nostro percorso. Dopo l’osservazione si passa all’esercizio. Anche qui la prima cosa che volevo indicarvi è la differenza tra l’esercizio come lo vedevamo anni fa e l’esercizio come lo vediamo ora. Nel nostro modo tradizionale di agire l’esercizio doveva servire per acquisire una serie di regole, attivando una serie di processi cognitivi. Sostanzialmente noi quando facciamo un esercizio guardiamo, guardavamo, se il malato risolveva il problema. Voi sapete che ogni esercizio è un problema, quando voi fate al malato uno degli esercizi tradizionali,  quindi il riconoscimento di lettere di legno ad occhi chiusi, voi sottoponente al malato un problema. Per risolvere il problema il malato deve attivare certe regole, deve attivare certe sinergie, deve attivare certi processi cognitivi che sono quelli che, secondo noi, dovrebbe e potrebbe attivare nella vita di tutti i giorni. La domanda però che ci stiamo facendo adesso è: ma i problemi che il malato trova in palestra sono gli stessi che poi incontra nella vita? Direi solo in parte e proprio per questo dobbiamo tener sempre presente la prestazione verso il quale vogliamo andare. Perché l’attivazione delle regole, l’attivazione dei processi cognitivi, è sempre guidata dall’intenzionalità del paziente, cioè dal rapporto che il paziente vuole instaurare con la realtà.

Fa parte dell’esercizio anche quello di cui abbiamo parlato prima, cioè la ricerca delle connessioni. Mentre prima, nella fase dell’osservazione, era il terapista che tentava di individuare delle connessioni, adesso cerca di farlo insieme al malato. La connessione c’è tutte le volte che il malato ne prende coscienza. Se non ne prende coscienza non c’è connessione. A questo punto il nostro esercizio però si arricchisce di un’altra fase: il confronto tra l’esercizio e la prestazione. Noi intendiamo che questo processo di confronto sia fondamentale per tutta la riabilitazione. In questo caso noi chiediamo al malato il confronto tra quello che sente al livello del polso nell’esercizio e quello che sente nell’esecuzione della prestazione. Se sono riuscito a farvi stare attenti, voi vi domanderete: ma come fa con la prestazione che è emiplegico e non riesce a farla? E io vi invito allora a ripensare a quello che ci siamo detti ieri. Io vi ho detto ieri che dovremmo essere avvantaggiati dal fatto che dobbiamo insegnare al malato delle cose che lui ha già fatto durante tutta la vita. Nel caso della bambina della fotografia, noi dobbiamo guidare la bambina al recupero di questa prestazione  che la bambina ha senz’altro fatto altre volte nella sua vita. Pensate  a voi stessi, a quante volte avete appoggiato la mano al vetro per guardare meglio cosa c’è al di là della finestra. E allora come si fa? Io cerco di evocare alla bambina l’immagine nella memoria di qualcosa che lei faceva prima della malattia. È come se gli dicessi: ti ricordi quella volta che ti sei affacciata alla finestra per salutare Chiappin che ti faceva le fotografie? Si! E a questo punto gli dico: senti ma sforzati un pochino di ricordare, cosa sentivi con la mano, cosa sentivi con il polso? La cosa naturalmente non è facilissima perché la bambina quando si muoveva non stava di certo attenta al suo polso e alla sua spalla. Questo comunque dipende dalla bravura del terapista. Il terapista bravo riesce a far immedesimare, a far ricordare vivamente l’atto alla malata e riesce a farla concentrare su quello che gli interessa. Quindi a questo punto io ho da un lato l’esercizio, dall’altro lato ho la prestazione normale, l’immagine motoria della prestazione normale. Al centro ho il malato che ho portato a conoscenza delle connessioni possibili. Cioè io al malato posso aver detto: non ti sembra che tra questo esercizio che ti faccio e la prestazione di tu che vai a salutare Chiappin alla finestra, ci sia qualcosa in comune al livello del polso? E a questo punto io ho stimolato il malato a fare un confronto. Come vi ho detto ieri fare un confronto vuol dire analizzare le analogie e analizzare le differenze. Quindi è come se io dicessi al malato: in queste due situazioni entra sempre in gioco il polso, ti sembra che entri in gioco nella stessa maniera o in maniera diversa? Come vi dicevo ieri, tutta questa nostra elaborazione teorico – pratica dovrebbe servire per mettere alla prova un’ipotesi. L’ipotesi è che la ricerca di differenze abbia la capacità di riorganizzare il sistema nervoso. Cioè noi ci troviamo di fronte al sistema che è stato disorganizzato dalla lesione. Il problema è: come faccio per permettere al malato di riorganizzare il suo sistema per arrivare a come era prima? Fino ad un paio di anni fa, noi insegnavamo a riorganizzarsi facendogli imparare delle regole, facendogli imparare l’applicazione di processi cognitivi. Ora diciamo: noi cerchiamo di riorganizzarlo attraverso il confronto, cioè confrontando quello che c’è nell’esercizio e quello che c’è nella prestazione che deve recuperare. Vi ripeto che questa ipotesi del confronto, soprattutto della ricerca delle differenze, che servirebbe per riorganizzare il sistema, è un’idea ripresa da Gregory Bateson. Noi cerchiamo di applicare questa idea di di Bateson alla riabilitazione, e saranno i vostri esercizi insieme ai nostri, che dimostreranno se questa nostra ipotesi è accettabile, ragionevole oppure è falsa. Prima di passare alla fase successiva, cioè alla fase della valutazione, vorrei attirare la vostra attenzione su questo processo del quale forse non avete sentito parlare abbastanza che è il confronto. Nella nostra proposta attuale il confronto è fondamentale ma prima di tutto bisogna stabilire il confronto tra cosa, noi diciamo il confronto tra azioni. D’altra parte noi dobbiamo guidare il malato al recupero dell’organizzazione che gli permette di fare delle azioni. Tanto che questa nostra proposta riabilitativa va sotto il nome di confronto tra azioni, cioè prima si parlava di ETC (esercizio terapeutico conoscitivo), da oggi in poi, da dopo la vostra visita, si parlerà di confronto tra azioni, cioè CTA. Naturalmente il primo compito su cui dovete ragionare è: ma come si fa a confrontare tra loro due azioni? Noi che siamo affezioni ad Anochin, vi invito a tener presente, a rinfrescarvi nella mente il suo schema. Poi vi invito a sovrapporre lo schema di Anochin applicato all’esercizio e lo schema di Anochin applicato alla prestazione che volete recuperare e poi provate a fare analogie e differenze. Provate a dire: ma la sintesi afferente in un caso e nell’altro dove sta? Come incide la sintesi afferente sulla presa di decisione in un caso e nell’altro? L’integrale motorio, cioè le contrazioni muscolari che portano il malato in rapporto con l’oggetto, come è il rapporto tra le due rappresentazioni? E così avanti per tutte le componenti dello schema dell’atto comportamentale.

Un concetto abbastanza importante sul quale stiamo ragionando è questo: ma non può darsi che anche le connessioni del quale abbiamo dedicato la prima parte del nostro modo di ragionare, non derivino anche loro dal confronto?

Sono tutte domande che vi faccio e vi invito a ricordare ancora una volta che: “non si può insegnare, si può solo imparare”. E io, ve lo confesso, ho ancora tanto da imparare. E spero di mostrarvelo la prossima volta che ci vediamo.

Rimane adesso da prendere in considerazione la fase della valutazione, cioè dopo un certo punto voi avete stabilito verso quale prestazione volete andare, cioè voi dite: “quello che voglio è guidare questa bambina al recupero della possibilità di mettere la mano sullo specchio”. Naturalmente come altra osservazione dovete vedere quello che sa fare ora in concreto: quanto si avvicina a quello che voglio insegnargli? E questo dovete registrarlo con cura, dovete registrare con cura sia come lo fa quando gli ordinate puntualmente di portare la mano sul vetro, sia quando l’aiutate fisicamente sollevandogli un pochino la mano e accompagnandola fino al vetro, sia anche cercando di avvicinare questa prestazione al contesto al quale poi la bambina dovrà ricordarselo. Come se tu dicessi: “guarda bambina, tu devi salutare laggiù in fondo il fotografo Chiappin, che è un tipo molto simpatico, che ti sta fotografando, andiamo insieme ad appoggiarci sul vetro”. Proviamo a farlo in modo da arricchire la prestazione anche di contenuti emotivi. È molto importante che voi registrate nel vostro diario del trattamento, tutte queste riflessioni, cioè come lo fa la bambina sotto il comando verbale volontario, come lo fa con la vostra assistenza fisica diciamo e come lo fa con la vostra assistenza oltre che fisica anche psicologica. Assistenza psicologica che non vuol dire solo ricordati quando salutavi Chiappin, ma che vuol dire anche stai attenta al polso, cerca di sentire questo, quindi una assistenza istruzionale abbastanza precisa.

Quindi nella valutazione si tratta di fare un confronto tra quello che voi avete registrato nel dialogo che abbiamo visto ora e quello che sa fare la bambina. È inutile che vi dica che durante la fase dell’esercizio, voi dovete ripetere più volte sia l’esercizio sia la richiesta al malato di confrontare l’esercizio con la prestazione. L’esercizio consiste proprio in questo, l’esercizio non consiste solo nel fatto che il malato attivi un processo cognitivo ma nel fatto che il malato attivi un confronto. Voi poi ad un certo punto inizierete a fare le vostre valutazioni e sulla base delle valutazioni potete o ripetere l’esercizio oppure scegliere un altro tipo di esercizio o poi ridiscutere tutto con il malato.

 

Allora stamani abbiamo cercato di vedere l’applicazione nella pratica di quanto abbiamo discusso ieri mattina. Abbiamo visto l’osservazione e abbiamo visto come gli elementi che compongono l’osservazione devono essere modificati sulla base della ricerca verso la quale si vuole andare ad operare. Abbiamo poi preso in considerazione l’esercizio. Mentre l’esercizio secondo il nostro modo tradizionale di operare era rivolto all’attivazione dei processi cognitivi, in questo caso l’esercizio è rivolto soprattutto alla rielaborazione e al confronto, cioè nel confronto tra prestazione normale che il malato ha rievocato attraverso l’immagine motoria e l’esercizio. Ecco io insisto su questa fase e soprattutto insisto sul confronto proprio perché ce l’ha insegnato il malato e ce l’hanno insegnato i terapisti per primi. Fin dall’inizio, cioè fin dal 1970, quando noi facevamo gli esercizi al tabellone e chiedevamo al malato il riconoscimento di lettere, tanti malati ci domandavano: “ma professore io devo imparare a leggere le lettere ad occhi chiusi?” Cosa vuol dire? Vuol dire che il malato e il terapista non avevano capito, non avevano dato importanza eccessiva al rapporto tra l’esercizio e la prestazione della realtà. E per questo il malato dice: “ma cosa mi vuoi insegnare? A leggere le lettere ad occhi chiusi?” Ma anche i terapisti più attenti spesso facevano ricorso a procedure analoghe rispetto a queste che vi suggerisco. Succedeva spesso che il terapista dopo aver insegnato al malato a fare un approccio di tallone, cioè io ti faccio un esercizio per insegnarti ad appoggiare il tallone e il malato in palestra davanti al sussidio impara a farlo abbastanza bene, il terapista fa camminare il malato e il malato continua a camminare male come prima. Allora il terapista dice: “scusa ma non ti ricordi quello che sentivi quando facevamo l’esercizio?”.

Comunque tornando indietro, per quanto riguarda l’osservazione, la parte più importante forse è la ricerca delle connessioni. Per quanto riguarda la fase dell’esercizio la cosa più importante è il confronto e quindi ve lo ripeto ancora: il confronto tra esercizio e prestazione normale deve essere ripetuto più volte. Poi si arriva alla fase della valutazione che è importantissima per mettere alla prova il nostro percorso, come vi ho detto la nostra ipotesi di base è che la ricerca di differenze con il confronto, sia fondamentale per la riorganizzazione del sistema. Se noi riusciamo a dimostrare che con questa nostra strategia di trattamento il malato migliora, questo vuol dire che è migliorata la sua organizzazione motoria, l’organizzazione del sistema e questo può voler dire che la nostra ipotesi è per lo meno ragionevole. Ecco io ho finito e vi saluto.

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1 thought on “L’esercizio e la realtà: Il confronto tra azioni (2° parte)

  1. Siete fantastici, grazie della vostra disponibilità!!! Grazie e a presto!!!!

    Sto aspettando un I livello completo CTA!!!
    Baci a Leandro, Giulia, Marco al mio maestro Noccioli!!!

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